Volti e persone
Il ragazzino di Arbatax
di Alessandra Secci.
Casualità.
La storia di Marcello Murru possiede questo leitmotiv: un ragazzino come tanti, in un borgo marinaro come pochi. «Arbatax è il posto di tanti ricordi, tra i suoi vicoli, i dintorni dell’Hotel Speranza e le Rocce Rosse». Ma è a Roma, a metà degli anni Settanta, che il caso comincia a colpire: il fascino della capitale attrae i compagni di liceo, e anche Marcello, che si iscrive a Scienze Politiche. «Tramite un annuncio per lezioni di italiano – racconta – fui contattato da una ragazza tedesca, appassionata di teatro, che accompagnai a un’audizione: in quella circostanza fui avvicinato da un signore elegantissimo che, inaspettatamente, mi propose per la parte del protagonista. L’uomo era Angelo Maria Ripellino, che al regista, Mario Ricci, mi presentò come “Ecco il tuo Majakovskij!”. Fra il pubblico della prima sera ci furono addirittura Fellini e Antonioni: erano anni di debutti, di prime volte, di incontri appunto, come quello, probabilmente uno dei più segnanti di tutta la mia vita, con Vittorio Gassman, di certo la persona che riconobbe in me un talento oltre la voglia di sognare».
Sanremo.
Alla riviera ligure si arriva sempre tramite uno spettacolo teatrale, dedicato ad Artemisia Gentileschi: «Il mio personaggio sussurrava un lamento in sardo, minimale, che durava 50 secondi e creava un grande pathos – continua –. Fu in quell’attimo che, tra il pubblico, un discografico della RCA, Vincenzo Micocci, produttore di Venditti, De Gregori e Rino Gaetano, rimase colpito dalla mia voce e mi propose per un provino: la musica era una mia passione, da ragazzino cantavo anche in un gruppo, ma fu un’esperienza che mai avrei pensato di riprendere. Quello stesso Natale Vincenzo mi richiamò per darmi la notizia della selezione per la kermesse sanremese e da Arbatax tornai subito a Roma, dove registrai con Liliana Ritteri e Varo Venturi il singolo Mondorama, che nel febbraio 1984 concorse nella sezione Nuove proposte».
Ma Marcello, nonostante i successi col gruppo, sente il richiamo, fortissimo, della scrittura. «Il bisogno di scrivere era prepotente, un peccato perché il progetto era meritevole di sviluppo, ma decisi di camminare da solo e, grazie ancora a Micocci, uscì nel 1990 il mio primo album da solista, Murru, nel quale concretizzavo il sogno di incidere pezzi miei. Non so perché però, ma la canzone mi pareva si consumasse in fretta: il teatro è altro, e forse per questo ho voluto sempre essere più una voce narrante, superare la distinzione tra voce e scrittura. Probabilmente mi porto dietro quel bambino che ascoltava le gare poetiche d’estate: quel modo di raccontare mi è rimasto da una vita, e l’ho fatto mio».
Scrittura come antidoto.
«La malattia fa la sua comparsa alla metà degli anni Novanta – spiega l’artista arbataxino –, dopo una lunga esperienza a teatro e l’affacciarmi al mondo della musica, inaspettata, in un momento in cui forse avrei dovuto raccogliere i frutti del lavoro di una vita. Ne ho fatto una forza: scrivere non ha mai cessato di essermi di grande aiuto e quello di appuntare su carta ciò che vedo e ciò che sento, specie in questo periodo, è diventato col tempo uno sfogo indispensabile. Un pennarello nero era –ed è – l’unico strumento con cui combattevo la malinconia, la solitudine della malattia e dei soggiorni negli ospedali».
Il Premio Tenco, Arbatax, Bonora.
«Malgrado il secco parere dei medici che si erano espressi per il no – aggiunge – dal trapianto di 9 mesi prima, a novembre, e con l’incertezza sul mio futuro, fui invitato nell’estate del 1998 da alcuni giornalisti a esibirmi al Premio Tenco. Grazie ad alcuni amici e a Lilli Greco, col quale lavorammo ad Arbatax, tornai a Roma in studio: lo volli fortemente perché significava essere vivo, presente. Quattro anni dopo esce Arbatax: un disco che continuo ad amare molto, un momento di luce dopo tanto buio, il luogo delle origini e dal quale non sono mai andato via. Anche in Bonora (2004) la Sardegna è presente; alcune tracce sono in lingua, e in questo c’è mia madre: tanto severa nel raccomandarci l’uso dell’italiano corretto quanto scrupolosa nell’utilizzo del sardo».
Diavoli storti (2021).
Il pezzo che dà il titolo all’album è un malinconico racconto alla Leonard Cohen e il video è diretto da una strepitosa Francesca Comencini. «La lunga gestazione dell’album è dovuta alla recrudescenza della mia malattia, che nel 2011 mi costrinse a guardare ancora il mostro in faccia, ma quando sono riuscito a stare meglio mi sono reso conto di non voler rinunciare a scrivere. Anche nei dischi precedenti ho raccontato i perdenti, i dimenticati, pure se ultimamente mi è parso che il mondo che osserviamo mi diventa sempre più dolorosamente incomprensibile. E mi sono interrogato, allora, su quello che può fare uno come me che scrive canzoni: il buon Lilli Greco mi ricordava sempre, almeno nei finali, di inserire quel po’ di azzurro, un po’ di luce. Ed è quello che penso della vita – conclude – nonostante non sia un propugnatore della speranza a tutti i costi, nonostante i lividi e i dolori, nonostante la vita stessa».
È una corsa a ostacoli, l’obiettivo è vincere
di Claudia Carta.
Paola Corona, atleta e personal trainer jerzese, sa bene cosa significa sudare e lavorare sodo. Sa quanto è grande la tensione ai nastri di partenza, quelli reali su un tracciato, come quelli che si spalancano su un nuovo progetto che sa tanto di autentica impresa. Ne conosce i rischi, ne studia gli ostacoli, ne misura lo sforzo per dosare al meglio le energie e sferrare l’attacco al momento giusto.
Classe 1981, sorride commentando un traguardo importante che aprile le regala, i suoi primi 40 anni, trenta dei quali passati a correre. Anche l’età è leggera e allenata e su di lei disegna armonia e bellezza, grazia ed eleganza.
La “gazzella isolana”, la “tamburina sarda”. È così che le prestigiose testate sportive italiane l’hanno ribattezzata quando – dagli anni Novanta a dopo il Duemila – ha fatto incetta di coppe, medaglie e premi, sbaragliando una concorrenza agguerrita a livello nazionale: vicecampionessa italiana a soli 11 anni ai campionati di Camaiore nella sua specialità, la campestre, sia nei 1000 che nei 2000 metri.
Da quel momento, fatica e allenamento, pane e atletica, sacrificio e sudore, acido lattico e sofferenza. Ma ogni anno Paola c’è. Lavora, corre e vince. Sia che partecipi come Fidal (Federazione Italiana di Atletica Leggera) che come campionato studentesco. Lei arriva. E fa paura. Con lei, altre tre ragazze jerzesi. Le avversarie le temono. Non c’è terreno, aspro e scosceso, fangoso o pietroso, sole o pioggia che la spaventi. Paola vola sulle sue scarpette. Alza le braccia al cielo e centra il bersaglio. È suo per tre volte il campionato italiano individuale, mentre nel 2000 disputa il suo primo Mondiale in Turchia con la squadra.
Competizioni nazionali e regionali sono la sua quotidianità fino alla laurea in scienze motorie. Da lì a fare l’allenatrice il passo è naturale. A colui che l’ha, non solo notata, ma continuamente motivata e sostenuta, Vittorio Demurtas – professore jerzese di educazione fisica, oggi nell’associazione sportiva G.S. Ogliastra, allenatore e scopritore di veri talenti – l’atleta riconosce un tributo importante: «Mi ha trasmesso la passione e l’entusiasmo per questa disciplina, non è una cosa scontata», sottolinea. Gli aneddoti curiosi non mancano: «L’ho conosciuto per caso. Lui non era il mio professore. È stato da noi per una supplenza in prima media, e ci portò al campo sportivo. I ragazzi dovevano fare 10 giri di corsa; noi ragazze, 5. Chiesi il perché di questa disparità, ma mi rispose che potevo farne quelli che avrei voluto. Ne feci dieci, poi undici, poi tredici, fino a quando mi fermò e mi chiese: “Ti piace correre?”. In effetti, da allora non mi sono più fermata».
Eppure, il suo primo, vero allenatore è stata la sua mamma: «Sembra strana questa cosa – racconta – eppure è così. Tutto nasce dal fatto che la nostra campagna si trova sopra il paese, vicino alla località campestre di Sant’Antonio. In realtà, non ci andavo volentieri, anzi! Allora, per farmelo piacere un po’ di più, ci andavo di corsa! E mia madre prendeva il tempo, cronometrando quanto impiegassi ad arrivare dal nostro terreno fino alla strada principale. Un gioco che diventò, ogni volta di più, una vera sfida».
È innegabile, a Paola le sfide piacciono. E quella che ha raccolto in quest’ultimo anno è stata, e continua a essere, davvero impegnativa: palestre chiuse, zona rossa, stop che si susseguono e lavoro a singhiozzo. Che fare? Osare: «Non immaginavo che sarebbe stato un anno così complesso. Le palestre comunali, da settembre, non ce le hanno più concesse. Così, insieme a un’altra ragazza che pratica una disciplina diversa, abbiamo deciso di prendere un locale per organizzare al meglio le attività, adeguarci ai protocolli di sicurezza, seguendone scrupolosamente le regole. Tempo un mese e arriva il nuovo stop».
Bivio drammatico: fermarsi e aspettare tempi migliori o fare palestra sotto il cielo d’inverno, a 470 metri di altitudine, in qualunque condizione climatica? Paola sceglie la seconda: «Affronto e decido di fare sport all’aperto, superando il mio proverbiale terrore del freddo. Da novembre a oggi non ho saltato una lezione: con pioggia intensa o leggera, maestrale gelido, nebbia degna della Val Padana, con il termometro che segnava -2 gradi. Eppure, eppure noi ci siamo state. Le mie ragazze sono la mia forza. Pronte a tutto».
Zona rossa. Nuovo fermo. Centri sportivi chiusi, consentita solo l’attività motoria individuale. E adesso? «Faremo la Dad dell’attività fisica!», risponde senza esitazione la personal trainer pluripremiata: «Due settimane di lavoro da casa, un allenamento di sicuro più consono a un ambiente chiuso, con tappetini, elastici e pesi, ma certo non possiamo fermarci ora, non dopo tutto il lavoro che abbiamo fatto».
Paola Corona è così, una guerriera, una combattente per natura, capace di contagiare energia e grinta, entusiasmo e determinazione. Un concentrato di idee e alternative, un uragano di proposte e soluzioni per tutti. Perché ogni storia è diversa, ogni persona ha le sue esigenze e per ciascuna c’è una strada da percorrere: «È importante che passi un messaggio: noi non siamo il peso che leggiamo sulla bilancia. È fondamentale sapersi accettare, curare il proprio corpo che è la nostra casa, volersi bene. Fare sport, così come alimentarsi correttamente, spendere tempo per se stessi, per sentirsi in forma fisicamente e psicologicamente, è quanto di meglio possiamo fare, soprattutto per affrontare questo periodo di grande stress e di forte negatività. Ognuno ha in sé forza e motivazione da tirare fuori per raggiungere qualunque obiettivo. Io sono solo uno strumento, una professionista che ti guida e ti motiva lungo il percorso. È una gioia grande vedere tanti risultati raggiunti, tanta soddisfazione negli occhi, nell’animo e, perché no, anche nel fisico delle mie ragazze. Gratifica e sprona a lavorare di più e meglio».
Sorride Paola, lei che tra mini olimpiadi con i bambini e manifestazioni sportive – vedi le recentissime edizioni del Jerzu run Wine Festival che ha richiamato campioni dall’intera l’isola – ha spalancato il tempio dell’atletica a tutti, amatori e professionisti.
Da ragazzina piccola e timida, a donna determinata e vincente, accanto a suo marito Andrea e ai figli Nicola ed Enrica. Innamorati. Di Paola e dello sport.
Il teatro, la mia gioia
di Fabiana Carta.
Tutti gli attori sono avvolti da un’aura di fascino, dovuta – forse – al privilegio di poter vivere 10, 100, 1000 vite dentro i personaggi che interpretano. Le ragioni per le quali ci si inoltra nel mondo del teatro sono le più disparate, accade anche per caso, come è successo a Silvia Cattoi.
Racconta della sua La Spezia, città di mare, dove ha frequentato un laboratorio pomeridiano di teatro, tenuto da Alberto Cariola. Non sa dirmi perché in seconda superiore fece questa scelta, ma di certo segnò per sempre il suo futuro. «L’anno successivo a quel corso – spiega –, Cariola ha fondato una compagnia teatrale con altre persone di La Spezia e io sono entrata a farne parte. Abbiamo messo in scena diversi spettacoli, fatto viaggi in Italia e all’estero per vedere esiti scenici, mossi da una fame di conoscenza e di curiosità per tutto quello che riguardava il teatro».
Poi il solito bivio: seguire il cuore o la logica, Tecniche Bancarie a Siena o il Dams a Bologna? «Fu mia madre a guardarmi negli occhi e a dirmi: “Vai a Bologna” – ricorda –. Il DAMS in quegli anni era il crocicchio delle migliori menti, professori eccezionali (purtroppo quasi tutti morti) che studiavano, ragionavano, scrivevano di teatro». Gli anni più belli della sua vita, quelli che segnano, formano, costruiscono idee, sogni e ideali.
Dopo la laurea si cimenta in un corso di formazione superiore per attori all’Emilia-Romagna Teatro, continua lo studio partecipando a vari seminari fino al lavoro con la compagnia di danza Aldes di Roberto Castello e Alessandra Moretti, con la quale gira i migliori festival italiani ed esteri. All’età di trentatré anni sente quello che lei definisce il richiamo della foresta, ovvero il desiderio forte di maternità, più forte di qualsiasi altra cosa: in quegli anni nascono Yamina, Naima e Django. I figli modificano le priorità e le esigenze: era chiaro che l’approccio lavorativo dovesse cambiare. «Insieme a Juri Piroddi – continua – ho pensato che se avessimo voluto continuare a fare teatro avremmo dovuto costituire una nostra compagnia teatrale e ritagliarci il lavoro su misura, facendolo combaciare con le esigenze dei nostri figli. Così nel 2002 ci siamo trasferiti ad Arbatax e abbiamo fondato la compagnia Rossolevante».
Cambio di scena. L’Ogliastra l’ha adottata diciotto anni fa, ha fatto da sfondo alla crescita della famiglia e alla nuova realtà lavorativa. Ci sono incontri che cambiano e influenzano le nostre scelte, persone così carismatiche con un bagaglio di emozioni e storie che travolgono come un treno, così è stato con Giammarco Mereu: «Giammarco è un invalido sul lavoro: in seguito a un grave incidente è rimasto paraplegico (abbiamo parato della sua vicenda qualche anno fa, ndr). Lo spettacolo Giorni rubati racconta la sua storia, una narrazione scenica che aveva fin da subito la voglia di urlare a gran voce la rabbia contro il dato tristemente invariato da anni: ogni giorno in Italia tre persone perdono la vita sul lavoro e molti rimangono invalidi». Uno spettacolo unico nel suo genere: Giammarco da operaio si è reinventato attore scuotendo gli animi delle platee di tutta Italia.
«Numerosissime le repliche fatte, molti anni passati insieme a viaggiare, fare spettacoli, incontrare gente, visitare luoghi – prosegue Silvia Cattoi –. Esperienze che ci hanno trasformati nel profondo, che mi hanno fatto capire che salire su un palco deve essere sempre una questione di vita o di morte, che se si decide di fare quel piccolo passo sul palco, dalla realtà quotidiana a una più alta, bisogna farlo solo se si ha qualcosa da dire».
Da Giorni rubati sono nati altri spettacoli, fino allo scoppio della pandemia, che ha tagliato le gambe anche al teatro. Sparito il pubblico, le piazze, i palcoscenici, che cosa resta? Resta il bisogno urgente di trovare un altro modo per esprimersi: «Io non ho smesso nemmeno un giorno di continuare a fare il mio lavoro, come forma di sopravvivenza – sottolinea –. Parallelamente al lavoro di palco, ho scoperto un nuovo mezzo, quello del video, per sperimentare nuove forme di espressione. Il teatro non può essere sostituito con niente. Quindi mi sono messa dietro una telecamera non per riprendere il teatro, ma per scoprire e approfondire un altro linguaggio». Adattarsi ai tempi che corrono, per sopravvivere, appunto. «Durante la prima fase della pandemia – racconta – ho girato un corto con il cellulare, con i miei figli in veste di attori. Ora noi di Rossolevante abbiamo cominciato ad acquistare dell’attrezzatura (camera, microfoni, etc.) e abbiamo realizzato un mediometraggio, altri sono in cantiere. Mai smettere di mettersi in gioco e di imparare. Mai smettere di essere curiosi», conclude Silvia.
Si sostiene che non sarà più possibile pensare al teatro, agli spettacoli, nei modi precedenti alla pandemia. Chissà. Quello di Silvia Cattoi è un atto di resistenza. Quando il teatro è tutta la tua vita.
Come un angelo custode
di Fabiana Carta.
Romania, vigilia di Natale del 2005. Mentre le famiglie si riuniscono sotto l’albero nell’autentico spirito natalizio, in allegria e condivisione, e la città è vestita a festa, Mariana Mircea lascia la sua casa con malinconia e tristezza nel cuore. Valigia in mano, direzione Sardegna, Lotzorai.
Nel curriculum un paio d’anni come commessa e dieci anni come sarta in una maglieria, dove realizzava capi per bambini, uomini e donne, con scarsi guadagni. «Avevo 33 anni e stavo lasciando un figlio di 11 – ricorda –. L’idea dell’Italia era una vita migliore, volevo realizzare qualcosa per la mia famiglia, non tanto per me. I desideri erano tanti e le mancanze anche».
All’epoca si poteva partire per soli tre mesi con visto turistico, per poi rientrare ed eventualmente ripartire, la Romania non faceva ancora parte dell’Unione Europea. In quegli anni era fra le poche badanti straniere, oggi quelle che arrivano dalla Romania sono circa un milione.
Ad attendere Mariana c’era sua cognata, che faceva già la badante. L’impatto con la Sardegna e la sua prima esperienza lavorativa sono un bel ricordo, tanto che – mi racconta orgogliosa – il suo primo datore di lavoro, scaduti i 90 giorni, non voleva licenziarla.
Fare la badante è un mestiere particolare, perché funzioni devi ispirare totale fiducia. Le mansioni sono tante: prendersi cura della casa, seguire tutte le incombenze quotidiane, pagare le bollette, fare la spesa, ma soprattutto prendersi cura della persona che si assiste. Questo si può fare in due modi: razionalmente, svolgendo in maniera meccanica e fredda i vari compiti, oppure si può vivere questo mestiere come una missione, con l’attenzione ai dettagli, alle richieste, interpretando il tono della voce, i pensieri, cercando di alleggerire il cuore della persona che si assiste. Ci devi entrare con tutte le scarpe, devi lasciarti coinvolgere.
«Dopo i primi tempi a Lotzorai – continua – sono stata fortunata a incontrare la famiglia Cannas, che mi ha accolta con fiducia e gentilezza». Inizia un sodalizio che dura da 15 anni. Mariana entra a far parte della famiglia come badante della signora Welma Sida, moglie del signor Francesco, eletta sindaco di Lotzorai il 27 aprile 1997. «All’inizio è stata dura perché si parlava poco, a causa della grave malattia, ma io dovevo cercare di capire i bisogni. Mi hanno aiutato tanto partendo dalle parole più semplici. Quando ho iniziato a comprendere e a imparare, mi sono sentita più aperta, libera di esprimere ciò che avevo dentro, libera anche di chiedere se stavo svolgendo un buon lavoro. Sentivo che erano contenti di me, mi trattavano bene, ma quando ho potuto scambiare delle parole con loro è stato bello».
Dopo la morte della signora, la famiglia ha deciso di affidarle le cure del signor Francesco. La sua dedizione verso la signora prima, e verso il signor Francesco dopo, è così lampante nelle sue parole! Ricorda ogni dettaglio, persino le date precise degli eventi, i compleanni, i giorni passati in ospedale durante la malattia, tutto. Faccio una battuta sulla sua memoria di ferro, mi risponde così: «Mi ricordo perché io non lo assisto e basta». Ecco il cuore, la compassione, l’entrare davvero all’interno di un rapporto familiare. E poi continua, raccontandomi di quanto hanno stima di lei: «Mi hanno anche dato la forza, nel 2013, di prendere la patente!».
Da quando Mariana ha iniziato a guidare, porta signor Francesco, oggi ottantottenne, a fare la spesa, a vedere il mare, a pagare le bollette, a comprare le medicine. Perché lo fa? Per coinvolgerlo mi dice, per non lasciare che si abbandoni alla solitudine sulla sua poltrona, per integrarlo – come dice lei – nella giornata. «Dopo la morte della moglie non abbiamo passato un periodo facile – racconta – la depressione lo stava travolgendo e purtroppo ha avuto tre ictus a distanza di anni. Non è mai stato un grande chiacchierone, ma io lo stuzzico, non mi piace che stia troppo in silenzio».
Parliamo dei quindici anni di dedizione e lavoro: non è stato tutto rose e fiori, c’era il sentirsi in colpa per un figlio lontano, ma c’era anche la soddisfazione e la consapevolezza di poter migliorare la vita del caro figlio: «In quel periodo – sottolinea – non avevo altra scelta, se non partire. Ho fatto tanti sacrifici, lasciando la famiglia lontana mentre io ero qui da sola, ma in questo modo mio figlio ha potuto frequentare l’Università a Bucarest, sono contenta e orgogliosa. Spero che possa avere una vita diversa e avere quello che non ho avuto io».
Le giornate sono scandite dagli impegni, commissioni, faccende domestiche. È solo da qualche anno che Mariana ritaglia un po’di tempo per le sue passioni: «Amo i fiori e fare giardinaggio, mi prendo cura della veranda! Fare questo lavoro prende tanto tempo, le giornate non sono mai tutte uguali».
Il lavoro come badante è stata un’opportunità, non una scelta, ma ha capito che le piaceva, che combaciava con il suo modo di essere. «Avrei potuto cambiare, cercare un altro mestiere, una casa per conto mio. Ma poi, sai com’è? Ti affezioni», mi confessa durante la nostra telefonata. Il suo paese natale e i suoi familiari le mancano, ma i cellulari di ultima generazione, fra videochiamate e foto, accorciano le distanze.
L’ultima domanda a bruciapelo. «Sì, tornando indietro rifarei le stesse scelte, nonostante il dolore per le persone che ho lasciato. Mi sento davvero fortunata ad aver trovato la gentilezza della famiglia Cannas».
La bottega del buon gusto di Paolo Demontis
di Francesca Lai.
Nella via principale di Perdasdefogu sorge un piccolo negozio, curato nei minimi particolari, si chiama La bottega del buon gusto. In vendita ci sono gli insaccati, prelibate carni, dai salami al guanciale, una vasta scelta per tutti i palati, prodotti da un giovanissimo imprenditore
Dietro il bancone c’è Paolo Demontis, classe 1993, che in quell’attività ha messo tutto se stesso, arrivando al coronamento di un sogno inseguito da tempo. Paolo tira su la serranda del locale di via Vittorio Emanuele dal 2019 e ogni giorno si divide tra il commercio e la vita nelle campagne per accudire il bestiame. Gli insaccati vengono trasformati da una ditta esterna: «Mi sono affidato a un salumificio, per ora lavoro conto terzi – spiega – ma vorrei aprire un mio laboratorio per la trasformazione dei prodotti».
Una vita costellata da tante soddisfazioni e i sacrifici delle giornate intense di lavoro Paolo li affronta con il sorriso. «Sette anni fa ho acquisito una parte di bestiame dai miei genitori e da lì ho iniziato la mia nuova attività – racconta –: aprire il negozio è sempre stato il mio sogno».
La giornata di Paolo inizia prestissimo, alle sette del mattino è già in negozio prepara la merce e serve i clienti. Chiuso per la pausa pranzo alle 13, il giovane si reca in campagna. «Dalle 14.30 e fino a poco prima della riapertura mi reco al bestiame, preparo la lettiera alle scrofe, pulisco, do da mangiare agli animali e controllo infine che sia tutto a posto e in ordine», spiega. Poi si corre di nuovo in negozio dove si rimane fino alle 20.
Nulla sembra pesare al giovane neanche la fatica quotidiana, il segreto è la passione. «Ho sempre avuto una forte passione per la campagna e per gli animali – continua Paolo –, lavorare in questo settore è sempre stato il mio sogno e con il sostegno della mia famiglia e dei miei amici sono riuscito a realizzarlo». Abitare in un piccolo paese e decidere di intraprendere un’attività in proprio non è stata impresa semplice, l’idea di andare via è balenata nella mente dell’imprenditore, ma la decisone di rimanere è prevalsa su tutto. «Prima di aprire il negozio, avevo pensato di andare fuori a lavorare, ma sono legato al paese e alla mia passione per la campagna – dice –. Ora come ora non riuscirei ad andare via e stabilirmi in un altro posto».
Ci vuole coraggio e la scelta di rimanere in paese si è rivelata importante anche per l’economia del posto. Una saracinesca che si solleva è segno di un territorio attivo. E a chi vuole inseguire un sogno come il suo, Paolo dà importanti suggerimenti. «Consiglio ai giovani di studiare, io non l’ho fatto anche se ho avuto modo di apprendere bene il mestiere, ma oggi lo studio è davvero importante – sottolinea –: non esiste più la figura dell’allevatore vecchio stampo. Oggi per lavorare ci si affida anche alla tecnologia». Ai ragazzi consiglia anche di inseguire i propri sogni con un ma: «È importante fare esperienze, ma se è possibile cerchiamo di rimanere nella nostra terra: se tutti decidessero di andar via il paese morirebbe».
L’anno più difficile per Paolo Demontis è di certo stato il 2020. La pandemia ha ridotto gli affari ma stringendo i denti, l’esercente della Bottega del buon gusto è andato avanti senza demoralizzarsi. «Il lockdown di marzo è stato il periodo peggiore: il bestiame aveva un prezzo bassissimo, si vendeva ugualmente anche a un prezzo inferiore, ma a malapena si riuscivano a coprire le spese – commenta –. Siamo comunque andati avanti. In quel periodo molte attività erano chiuse, soprattutto i ristoranti, è comprensibile che anche il nostro prodotto fosse fermo. I commercianti, per esempio non ritiravano i maialetti, non riuscivamo a vendere i nostri prodotti, ma era tutta la catena a essersi fermata. Abbiamo faticato parecchio nel boom dell’emergenza sanitaria. Speriamo che le cose migliorino d’ora in poi».
Tra le tante cose positive del negozio Paolo racconta le sue gratificazioni: dalla vendita del bestiame vivo a quando un parto va a buon fine. «Sono grandi soddisfazioni perché so benissimo tutti i sacrifici che ci sono dietro e tutto l’impegno che ho messo nel mio lavoro per raggiungere e ottenere certi risultati – dice –; è bello poi quando ricevo i complimenti, quando la gente mi dice che il prodotto è buono e lo ha apprezzato». Impegno che Paolo mette nel suo mestiere giorno per giorno. Il lavoro richiede molta costanza anche perché gli animali non possono essere lasciati soli. «Lavoro con il sole, con la neve, con la pioggia, domeniche comprese a Pasqua e a Natale, gli animali devono mangiare ed essere accuditi tutti i giorni dell’anno».
Il ragazzo porta avanti la sua attività rinunciando forse a qualche hobby, ma cerca comunque di ritagliarsi, quando è possibile, del tempo per se stesso. Certo è che la vita all’aria aperta l’apprezza molto di più che stare tra le quattro mura. «In questi anni mi è capitato di privarmi di qualcosa: prima avevo un cavallo, ora non posso permettermelo. Non è una questione economica, ma mancanza di tempo, non mi va di prendere un animale se so già che non potrò riuscire a tenerlo come si dovrebbe, preferisco quindi rinunciare». E aggiunge: «Un’altra delle mie passioni sono i motori. Prima andavo a seguire le gare, adesso per poterlo fare mi sveglio presto alla domenica, lavoro, e poi posso partire a seguire degli eventi».
Una grande e compatta famiglia, la fidanzata e tanti amici popolano la vita di Paolo e da sempre gli hanno fornito aiuto, consigli e incoraggiamenti, tanto che il giovane ha già in mente ambiziosi progetti per il futuro. «Gli amici, la mia ragazza e i miei familiari mi hanno sempre supportato dandomi anche sostegno morale. I prossimi passi sono quelli della creazione di un laboratorio tutto mio per la trasformazione dei prodotti – spiega –. Inoltre, voglio ampliare il negozio creando uno spazio per la vendita delle carni suine fresche».
Il nome de La bottega del buon gusto ha poi una storia tutta sua, fatta di riunioni familiari su Whatsapp per decidere quale sarebbe stata la scritta sull’insegna. «La scelta del nome non è stata semplicissima, ho creato un gruppo su Whatsapp con le mie sorelle Cristina, Valentina e Alessandra e con la mia ragazza Giada – ricorda –: ogni giorno facevamo diverse proposte per vedere quale sarebbe stata la più accattivante, fino a che siamo riusciti a scegliere la soluzione più adatta, l’opzione, insomma, che ci metteva tutti d’accordo».
L’avventura di Paolo continua con la certezza che la caparbietà e la voglia di migliorarsi ripagano sempre.
Prevenzione e vaccino: così si sconfigge il virus
di Claudia Carta.
Parte la campagna di vaccinazione contro il Covid-19 anche in Ogliastra. Ne abbiamo parlato con il direttore sanitario dell’ospedale di Lanusei, Luigi Ferrai
Sono molto forti le parole di Papa Francesco. Forti come i tempi che stiamo vivendo. Forti come i rischi che stiamo correndo, quelli oggettivi legati a una pandemia che non sembra cedere un metro nella sua corsa globale, e quelli celati dietro diffidenze, bufale, negazionismo e complottismo.
Vaccino, una scelta etica. È forte anche la presa di posizione che la nostra chiesa diocesana fa, a partire dalla sua guida. La stessa scelta, libera, consapevole, convinta e responsabile che l’intera società ogliastrina fa e deve fare. Libera. Come tutte le scelte…
Eppure: «Credo che eticamente tutti debbano prendere il vaccino – afferma Bergoglio –. È un’opzione etica, perché tu ti giochi la salute, la vita, ma ti giochi anche la vita di altri». E aggiunge: «C’è un negazionismo suicida che io non saprei spiegare».
Prevenzione e vaccino sono gli strumenti che ora abbiamo in mano per arginare e sconfiggere il virus.
E allora è corsa contro il tempo per riuscire a mettere a punto la più grande campagna di vaccinazione che sia mai stata realizzata. Siamo in ritardo, è vero, a tratti si naviga a vista, ma la speranza è che, una volta entrata a regime, la macchina possa funzionare spedita.
Obiettivo cruciale e sforzo organizzativo notevole per raggiungerlo. Anche al Nostra Signora della Mercede di Lanusei si lavora senza sosta in questa direzione. È Luigi Ferrai, capo della direzione sanitaria del presidio ospedaliero ogliastrino, a illustrarci logistica e pianificazione: «Abbiamo iniziato la somministrazione dei vaccini lo scorso 7 gennaio: ho inoculato la prima dose del vaccino a una mia collega e successivamente sono stato io il secondo. Solo il primo giorno sono state somministrate 162 dosi di vaccino a medici, infermieri, operatori socio-sanitari e tecnici dell’ospedale. La somministrazione è proseguita anche nei giorni successivi, dal momento che nella sera del 6 gennaio sono state consegnate 426 dosi. Cercheremo di effettuarne quanti più possibile: il 7 gennaio abbiamo testato la macchina organizzativa, siamo in grado di somministrare 200 vaccini al giorno, anche di più. Ci sarà poi il richiamo che verrà effettuato dopo 21 giorni».
La logistica racconta di unità operative, attività di counseling e consenso informato: «Si tratta – prosegue Ferrai – di un’organizzazione che coinvolge diverse figure professionali, in primis gli igienisti, io e il mio collega, dott. Dessì. Abbiamo coinvolto anche un medico anestesista, primario di Anestesia e Rianimazione, dott. Francesco Loddo. Fanno parte, inoltre, dello staff quattro infermieri, tre amministrativi e un Oss. L’iter prevede la somministrazione del vaccino a tutte le unità operative. Abbiamo fatto tre gruppi, ognuno dei quali è composto da sei unità operative e, ogni ora, ciascun gruppo manda un suo professionista. Siamo predisposti per effettuare circa 18 vaccini all’ora, in realtà, siamo riusciti a farne molti di più».
Sui ritardi iniziali, il direttore sanitario risponde così: «Abbiamo perso un po’ di tempo all’inizio, perché abbiamo curato dettagliatamente quella che è la preparazione del vaccino. C’è, infatti, tutto un procedimento da seguire. Successivamente abbiamo organizzato la prima fase, quella cosiddetta del counseling: ogni professionista ha ricevuto una mail con la modulistica da compilare secondo quello che è il consenso informato, allegato che contiene una serie di domande sullo stato di salute della persona che dà il consenso alla vaccinazione. Infine, c’è una parte destinata al medico che gestisce il vaccino, l’indicazione del lotto, l’ora di somministrazione e la data. Dati e documenti che arrivano già con il professionista; io e il mio collega ne controlliamo la regolarità ed eventualmente approfondiamo alcune tematiche prima di dare il consenso alla vaccinazione. Una volta che questa viene effettuata, la modulistica viene trasmessa agli amministrativi che caricano sul sistema i dati, generando un flusso di informazioni a livello aziendale e regionale».
Il vaccino in distribuzione è quello Pfizer-BioNTech, «stoccato in frigo a circa -80° a Cagliari – dice ancora l’igienista –. Le dosi vengono successivamente trasportate a Lanusei o a Nuoro tramite catena di custodia del freddo, attraverso una ditta specializzata».
Attualmente il punto di vaccinazione è collocato all’interno dell’ospedale lanuseino: «Stiamo utilizzando un’ala di un reparto dove sono state allestite quattro stanze: una destinata alla segreteria per la raccolta dei dati, due alla somministrazione del vaccino e una stanza è allestita dal punto di vista rianimatorio se qualcuno, eventualmente, manifestasse qualche reazione allergica. Successivamente ci saranno dei punti di vaccinazione anche sul territorio, ma l’organizzazione territoriale andrà sicuramente in mano all’Igiene pubblica. È indubbio che l’ospedale offrirà, comunque, un supporto sul territorio come sta facendo da tempo perché c’è stata un’ampia e serena collaborazione tra ospedale, distretto, igiene pubblica, centro di igiene mentale. La nostra Asl da questo punto di vista è forte, collaboriamo costantemente, oggi ancora di più».
È ormai risaputo che i primi a essere vaccinati, come da normativa, siano gli ospedalieri, cioè a dire tutti i professionisti coinvolti, per la parte sanitaria, dentro il nosocomio. «Eseguita la somministrazione sulla parte ospedaliera – illustra Ferrai – procederemo con quella territoriale che va a coinvolgere i medici di medicina generale, le guardie mediche, gli specialisti, tutte le persone coinvolte nelle case di riposo, le persone fragili, ecc».
Poi il monito: «Il vaccino non è obbligatorio, ma è fortemente consigliato. Quello che abbiamo fatto in Ogliastra in questi ultimi dieci giorni è qualcosa di eccezionale, oserei dire di grandioso: uno screening di massa al quale hanno aderito quasi 30mila ogliastrini, con 300 sanitari e altrettanti volontari, che ha visto coinvolti 23 comuni e 46 postazioni, con una logistica senza precedenti, dato che la Asl di Lanusei – grazie al coordinamento di Luigi Mereu – ha fatto sì che le sedi avessero tutto il necessario per garantire la somministrazione del tampone antigenico. Il risultato: 152 persone positive che sono state sottoposte immediatamente a tampone molecolare così come i loro stretti contatti. Operazione che si è ripetuta l’11 e il 12 gennaio. Contemporaneamente stiamo somministrando il vaccino. È davvero importante – sottolinea ancora il vertice del Nostra Signora della Mercede – vedere quanto lavoro c’è dietro tutto questo: la direzione sanitaria, i miei più stretti collaboratori, le unità operative, gli specialisti ambulatoriali, i medici di medicina generale, i volontari e tutte le persone che ci hanno aiutato a ottenere un risultato così eclatante».
Sul dovere di fare il vaccino, Ferrai non ha dubbi: «Lo screening è una delle prime linee di prevenzione, è un autentico attacco al virus. Così pure lo è il vaccino. Stiamo lavorando sulla prevenzione e contemporaneamente stiamo cercando di annientare il virus: queste sono le armi che abbiamo in mano e dobbiamo assolutamente sfruttarle».