In breve:

Fatti

Staff Convegno

Dietro le quinte del Convegno

di Maurizio Piras.
La logistica del Convegno? Pensata, studiata e realizzata con il cuore, grazie alla sinergia e al coinvolgimento di un’intera comunità. Uno staff sempre più collaudato e inclusivo che ogni anno svolge un lavoro impeccabile, capace di rendere l’appuntamento diocesano un evento di altissimo livello anche nelle dinamiche organizzative

Quando nel 2015 la comunità parrocchiale di San Giuseppe è stata chiamata a ospitare il 1° Convegno Diocesano, il senso di partecipazione, di collaborazione, le attività e le occasioni di incontro hanno avuto un notevole slancio e sono divenute col tempo sempre più luoghi di confronto con prospettive comuni. Gli esempi non mancano: il gruppo oratorio, il gruppo canto, il gruppo adorazione, ecc.
L’occasione di ospitare e collaborare per organizzare l’accoglienza del Convegno è diventato così un modo di essere, di esprimersi, di incontrarsi, in cui si vive gli uni per gli altri, si cerca il bene altrui come il proprio, ci si stima a vicenda, per assumere uno stile di vita e comunicare speranza agli uomini e alle donne della comunità.
In questo senso, tutti i gruppi della Parrocchia (gruppo catechistico, gruppo Via Crucis vivente, gruppo pulizie, gruppo canto, ecc.) si sono aperti alla comunità di fedeli, in stretta sinergia con Don Mariano e Don Evangelista, vagliando le modalità di apertura e accoglienza, servizio e risposta a domande e bisogni di un Convegno che vede la partecipazione di oltre 700 persone provenienti da tutte le foranie.
Incontri che vedono coinvolte, a vario titolo, circa 90 persone e che, nonostante le diverse inevitabili difficoltà, sono diventati un luogo privilegiato di condivisione e si diventa segno di Cristo.
L’esito è tutt’altro che scontato. Ecco l’importanza, dunque, della suddivisione dei compiti, di ruoli ben precisi, di una metodologia di lavoro, secondo i carismi e la disponibilità di ciascuno. Nessun dettaglio viene tralasciato: dalla sistemazione di tavoli, sedie e gazebo, alla distribuzione dei pasti; dall’accoglienza in Chiesa al servizio ordine; dalle pulizie alla distribuzione del materiale informativo.
La Parrocchia diventa, dunque, il modo in cui la Chiesa si rende visibile nel territorio, si dimostra annuncio del Vangelo nella quotidianità. In questo senso, San Giuseppe è a tutti gli effetti una comunità in cammino, volta al futuro ma agganciata al presente, ricca di persone che si spendono con e per gli altri, che fanno della gratuità la loro forza. Il Convegno è stato, ancora una volta, un’opportunità di crescita, stimolo autentico per migliorare rapporti e relazioni umane. Immagine di una realtà, quella parrocchiale, che cerca di essere vicina alle persone, ai bambini, ai ragazzi, alle giovani coppie, agli anziani con l’impegno di portarle nel cuore, con l’ascolto e l’accoglienza dei sacerdoti, con l’attività dei gruppi, con il foglio di comunicazione settimanale. Una realtà in cui si cercano e si perseguono obiettivi comuni, in cui si fa strada insieme con gioia, raggiungendo mete comuni, mondi migliori, restando nella logica del Vangelo, nell’amore di Cristo. Perché si è parrocchia quando si diventa segno di salvezza e segno di fiducia nell’uomo e nelle sue capacità di vivere il proprio tempo, di innamorarsi dei cambiamenti, di creare legami che aiutino a crescere, di progettare il futuro.

Maria Lai

Maria Lai: l’arte oltre il tempo

di Augusta Cabras.
L’artista ulassese continua a suscitare interesse e ammirazione. Grazie anche al lavoro costante dell’Archivio Maria Lai, di Maria Sofia Pisu, del Comune di Ulassai, della Fondazione Stazione dell’Arte. “Tenendo per mano il sole” è il titolo della grande mostra, visibile tuttora, che il MAXXI,
in occasione del centenario della nascita, dedica a una delle voci più grandi dell’arte del Novecento.

Intervistai Maria Lai nell’agosto del 2010. Fu emozionante poterla incontrare e parlare con lei, nella sua casa-laboratorio di Cardedu, tra tele, cornici, tessuti e altro ancora. Mi colpì il suo sguardo limpido e la sua pacatezza nei gesti e nelle parole. Le chiesi spontaneamente cosa fosse per lei l’arte e lei altrettanto spontaneamente mi rispose: «L’arte è una pozzanghera dove si riflette l’infinito». Rimasi colpita da quella risposta, nella consapevolezza che avrei avuto bisogno di tempo per pensarci e meditarla. In poche parole era riuscita a fare una sintesi della sua arte, in cui terra e cielo, pozzanghera e infinito, materiale e immateriale, visibile e invisibile, sono legati a doppio filo.
C’è nelle sue opere lo sguardo dell’artista e ci sono gli infiniti sguardi che le osservano, c’è l’elemento materico – il pane, i fili, i tessuti, il ferro, i colori, i materiali poveri e quelli pregiati – e c’è questa tensione costante, a cogliere quel legame misterioso con un altrove che non attende di essere svelato, ma rimane sospeso, nel bel mezzo dell’ansia di infinito, come le geometrie delle geografie astrali, le cosmogonie di tele cucite che allargano i nostri orizzonti mentali, ci spingono a muoverci, a immaginare, a divagare, a prendere pensieri altri, diversi, forse mai banali. Geografie e geometrie che ci spingono a entrare e uscire, ad assaporare porzioni di cielo e di spazio, ci avvolgono e ci incantano come bambini davanti a ogni scoperta e meraviglia.
Maria Lai è stata una grande artista legata al suo tempo e alla sua terra, ma con profonda libertà. La sua arte sempre di più suscita interesse e ammirazione, grazie anche alla presenza della Stazione dell’Arte, luogo di cultura immerso nella natura straordinaria, sospesa tra la terra e il cielo di Ulassai. Crocevia di incontro e confronto, conoscenza e scambio, meditazione e azione, la Stazione dell’arte raccoglie una parte delle opere dell’artista ulassese che periodicamente, anche grazie al nuovo direttore Davide Mariani, rivelano elementi e compongono nuovi scenari attingendo da un percorso umano e artistico straordinario, per la forza e per l’originalità. E Maria Lai ha segnato il suo paese non solo all’interno di questo museo d’arte contemporanea, ma anche all’esterno.
Il Comune di Ulassai, in collaborazione con la Fondazione Stazione dell’Arte, ha da poco inaugurato il nuovo percorso di valorizzazione e promozione degli interventi ambientali realizzati da Maria Lai nel suo paese natale negli ultimi trent’anni della sua vita. Il progetto – realizzato grazie al contributo della Fondazione di Sardegna e della Regione Autonoma della Sardegna – vede la luce dopo lo straordinario successo della candidatura del “Museo a cielo aperto Maria Lai” alla nona edizione de “I luoghi del cuore” Fai – Fondo Ambiente Italiano, in cui, grazie a oltre undicimila voti, il museo ha conquistato la prima posizione in Sardegna, garantendosi la possibilità di partecipare al bando nazionale per la selezione degli interventi di recupero e restauro.
Attraverso una serie di strumenti informativi, in italiano e in inglese, e di una rinnovata cartellonistica, i visitatori possono cogliere gli elementi più importanti e significativi della collezione di arte pubblica del Comune di Ulassai, recentemente ampliata dall’opera “Cuore Mio” di Marcello Maloberti.
A corollario della nuova segnaletica e dei materiali informativi, prodotti e realizzati in una nuova veste grafica da Agave – Character, sarà presentata anche la prima guida dedicata al “Museo a cielo aperto Maria Lai”, (Il museo sotto il cielo, Agave edizioni) firmata da Davide Mariani, direttore del museo Stazione dell’Arte, che ha curato l’intera parte scientifica relativa ai contenuti storico-artistici del progetto: «Maria Lai – spiega Mariani – ha segnato profondamente con la sua opera l’intero paese, che oggi si ritrova un inestimabile patrimonio culturale al centro di un grandissimo interesse da parte del pubblico e della critica. Patrimonio che il Comune di Ulassai, insieme alla Fondazione Stazione dell’Arte, vuole in primis tutelare e preservare, considerati i segni del tempo e non solo, ma anche promuovere e valorizzare, attraverso la creazione di appositi percorsi guidati e strumenti didattici».
Ed è in linea con questi intenti che nasce la prima guida dedicata al “Museo a cielo aperto Maria Lai”: «Il volume – continua il direttore – ripercorre tutte le opere disseminate nel territorio e vuole fornire ai visitatori quelle indicazioni utili a cogliere i tratti significativi dei vari interventi ambientali, spiegarne, anche attraverso le parole dell’artista, il senso profondo e far riemergere una progettualità unica nel suo genere.»
Nel nome di Maria Lai che amava ripetere quanto fosse importante avvicinare l’arte alla gente.

Davide Mariani
È il giovane direttore artistico della Stazione dall’Arte. 34 anni, storico dell’arte. Finora ha curato le seguenti mostre:
Sguardo Opera Pensiero, «con l’intento di indagare i luoghi dell’arte attraverso l’opera di Maria Lai e di svelarne al contempo il processo creativo che si cela dietro la realizzazione dei suoi lavori»;
Pane quotidiano, «per ripercorrere i momenti più significativi della produzione legata al tema della panificazione, sia da un punto di vista materico sia da uno più simbolico e allusivo, ovvero come metafora dell’arte e della vita»;
Cuore mio, di Marcello Maloberti, che il 21 settembre ha coinvolto tutta a comunità di Ulassai.
Tenendo per mano l’ombra, in mostra fino al 3 novembre scorso.

Triei

Ogliastra virtuosa, ma non basta

di Augusta Cabras.
La situazione dell’ambiente in Ogliastra, può dirsi, nonostante alcune eccezioni, positiva. Si sa però che in natura gli equilibri possono essere precari, soprattutto se l’uomo non “cammina sulla terra leggero”.

É evidente come il sistema economico fin qui dominante e lo stile di vita dei paesi più sviluppati, abbiano determinato e stiano determinando ancora, un impatto ambientale così forte e pesante da non essere più sostenibile. E allora a una produzione incessante di rifiuti, a una corsa compulsiva all’acquisto di cibo, abbigliamento, tecnologia, giocattoli, per buona parte inutili o non necessari, deve affermarsi uno stile di vita e un sistema economico nuovo, che così nuovo, forse non è.
Perché è vero che tornare a su connottu, anche in questo caso potrebbe salvarci la pelle. Mia nonna (e ora mia madre) ripeteva spesso questa frase: «Pagu chi no acabat, meda chi non bastat». Per chi poco conosce il sardo questo significa che il poco spesso non finisce, se saputo utilizzare e dosare, e il molto, ciò che è in grandi quantità, spesso non basta. Sta tutto nella modalità con cui le cose, le risorse, il cibo, l’energia viene utilizzata. Serve parsimonia, (anche il termine sembra ormai desueto), sobrietà, senso della misura. Ma non tutto è perduto.
Dentro un sistema di economia lineare che prevede la produzione, il consumo e la generazione del rifiuto, si sta facendo strada un sistema di economia circolare che re-immette nello stesso o in altri circuiti produttivi ciò che era uno scarto, un rifiuto, o inventa per quel rifiuto – che diventa nuovamente risorsa – un utilizzo nuovo. Sono tanti gli esempi in Italia e alcune buone prassi si fanno strada, seppur lentamente, anche in Ogliastra. Sono soprattutto i giovani a investire sempre di più in processi circolari, in cui il rifiuto anche organico ha nuova vita. Così in Sicilia, le bucce delle arance vengono trasformate in fibra tessile, come in Trentino le vinacce; in Ogliastra si trasformano i tessuti dismessi, a Sassari vengono raccolti e recuperati gli inerti. Ma prima della raccolta e della trasformazione dei rifiuti bisognerebbe che ciascuno di noi ne producesse il meno possibile, seguendo il principio delle 3 R: riduci, riutilizza e ricicla.
Ma qual è la situazione ambientale nel territorio abbracciato dalla nostra diocesi, caratterizzato da una natura generosa e straordinaria, ancora selvaggia, (o solo apparentemente tale)? Un primo dato importante è sicuramente questo: a livello regionale, l’Ogliastra – dai dati forniti dall’Assessorato regionale della Difesa dell’Ambiente – incide, nella produzione di rifiuti solidi urbani, per il 3% sul totale e si piazza in ottima posizione nell’attuazione della raccolta differenziata che in tutti i comuni ormai, avviene porta a porta. È aumentata in questi ultimi anni la percentuale della differenziata e si è abbassata progressivamente la percentuale del rifiuto secco e indifferenziato conferito. Nel corso degli ultimi anni, diversi paesi del territorio sono stati premiati per essere “Comuni Ricicloni”, dal nome del concorso di Legambiente che premia le realtà più virtuose in funzione dei risultati raggiunti in termini di raccolta differenziata. L’obiettivo annuale è quello di premiare 120 Comuni Rifiuti Free, che hanno una produzione di secco residuo pro-capite inferiore ai 75 kg annui, e quelle associazioni, Unioni di comuni e Comunità Montane che hanno raggiunto, a livello collettivo, l’obiettivo di legge del 65% di Raccolta differenziata. È stato il caso di Tertenia nel 2014, di Loceri nel 2015, di Tortolì nel 2016 e 2017, di Ilbono nel 2018 e nel 2019, con 31.2 kg procapite di rifiuto secco residuo e con l’82,5% di raccolta differenziata, a cui seguono, quest’anno, Perdasdefogu Loceri e Osini.

Tipologia dei rifiuti. Ma come si compone la mole dei rifiuti solidi urbani conferiti? La frazione organica – in tutta la Sardegna – rappresenta circa il 47% del totale dei rifiuti differenziati; segue la carta con il 18%, poi il vetro, la plastica, legni e metalli. Il pro capite della raccolta differenziata nel 2017 è, a livello regionale, pari a 278 kg per abitante all’anno, in aumento rispetto al 2016 di 13 kg per abitante all’anno.
In Ogliastra l’unico impianto attivo autorizzato per lo smaltimento o la trasformazione dei rifiuti è a Quirra, in agro di Osini, dove vi è l’impianto di compostaggio della frazione organica differenziata. L’impianto tratta la frazione umida dei rifiuti urbani e lo scarto del verde proveniente dalle raccolte differenziate dei comuni dell’Ogliastra. Oggi la sua capacità potenziale è di 7.000 t/a, di cui 5.200 t/a di FORSU (Frazione Organica Rifiuto Solido Urbano), 1.200 t/a di strutturante verde e 600 t/a di strutturante riciclato. L’impianto è attivo dal mese di ottobre 2005 e permette di chiudere la filiera del trattamento del rifiuto organico, producendo un compost di qualità adatto a essere poi utilizzato nel territorio circostante.
Tutte le altre frazioni raccolte vengono conferite in altri impianti autorizzati, che per la gran parte, costituiscono spesso soltanto la prima destinazione dei rifiuti, dove viene effettuata solo un’operazione di messa in riserva, preliminare al recupero vero e proprio, condotto in altri impianti extraregionali, perché nel territorio regionale non sono presenti impianti di recupero per numerose tipologie di rifiuto.

Criticità. Un altro dato importante è quello relativo ai siti contaminati. Tra questi in Ogliastra spiccano la zona del Poligono militare di Perdasdefogu e l’area nord ovest della ex Cartiera di Arbatax, oltre le discariche dismesse presenti in quasi tutti i paesi risalenti ai decenni in cui ciascun comune smaltiva autonomamente i propri rifiuti senza nessun tipo di differenziazione.
Nonostante questo, l’acqua e l’aria che respiriamo nel nostro territorio non presentano nessuna violazione dei limiti imposti dalla legge sulle sostanze inquinanti.
La situazione dell’Ogliastra, alla luce dei dati forniti dall’Assessorato regionale (per i quali si ringrazia la Dott.ssa Silvia Serra), può dirsi positiva. Si sa però che in natura gli equilibri possono essere precari, soprattutto se l’uomo non cammina sulla terra leggero.

Nel sito www.economiacircolare.com è possibile leggere e scaricare la guida Io consumo circolare. La guida è stata realizzata nell’ambito del progetto Circular Sud – Rafforziamo l’economia circolare nel Sud Italia, promosso dal Cdca, Centro di Documentazione sui Conflitti Ambientali Campania, in collaborazione con numerose realtà e associazioni di Campania, Sicilia, Puglia e Sardegna.

Ingresso Vescovo2

I primi passi in terra nuorese

di Franco Colomo.
Il 15 settembre 2019 segna indubbiamente un momento storico particolare: l’ingresso del vescovo Antonello come pastore della diocesi di Nuoro. Tappe, parole, emozioni intense che gettano uno sguardo sul nuovo cammino di due diocesi sorelle, ma di una sola comunità cristiana.

Prima di arrivare nella Cattedrale dedicata a Santa Maria della Neve, nel giorno del suo ingresso in diocesi, mons. Antonello Mura ha mosso i primi passi in terra nuorese visitando tre luoghi simbolo: il monastero Mater Salvatoris delle Carmelitane scalze, il Carcere di Badu ‘e Carros e l’ospedale San Francesco. Il senso di questa scelta, di per sé significativa e simbolica, acquista quasi la valenza di un vero e proprio programma pastorale se letta alla luce del brano evangelico domenicale da cui si è dipanata la riflessione nell’omelia: «A avrei voluto sostare anche in qualche piazza, dove le persone si ritrovano, alcune lontane non solo fisicamente dalle nostre celebrazioni e riti; luoghi dove la gente passa del tempo, discute, talvolta si perde. Oggi però – ha detto il Vescovo – sarebbe stata forse percepita più come un’esibizione, che una vicinanza… Lo farò in altre occasioni, per imparare sempre daccapo a guardare tutto e tutti con gli occhi e le premure del pastore, che non sopporta che qualcuno si smarrisca, venga dimenticato o sia escluso».
Come infatti non ci si può accontentare di essere 99, ma occorre impegnarsi per recuperare chi è assente e così vivere una gioia piena, allo stesso modo la Chiesa per cui lottare insieme è quella che si dimostra «bisognosa di chi è lontano, bisognosa del mondo che le sta attorno, a cui andare incontro con simpatia, con fiducia, perché la nostra gioia si arricchisca di ciò che ci manca».
La celebrazione, sobria e solenne, ha vissuto momenti via via più intensi. Dall’accoglienza sul sagrato da parte del Capitolo della Cattedrale e delle autorità civili, all’ingresso in chiesa tra due ali di folla – i nuoresi ad attenderlo, i fedeli giunti con lui dall’Ogliastra per accompagnarlo –, alla sosta silenziosa davanti al Tabernacolo. E ancora, dopo il saluto da parte del Collegio dei consultori e del Consiglio pastorale diocesano, la lettura della Lettera apostolica di nomina, il passaggio del pastorale dalle mani del Vescovo emerito, mons. Mosè Marcia, fino a quando il nuovo Pastore è salito alla Cattedra per dare inizio al suo ministero.
Accanto a Mura, gli emeriti Marcia e mons. Pietro Meloni, l’arcivescovo di Cagliari Arrigo Miglio, il vescovo di Alghero-Bosa – sua diocesi di origine – Mauro Maria Morfino e quello di Tempio, Sebastiano Sanguinetti, ma soprattutto quel popolo di Dio senza il quale il vescovo non è tale.
Due diocesi sorelle, una sola comunità cristiana.

FedeMurtas

Quel sogno diventato realtà

di Federico Murtas.
“Sono passati alcuni giorni dalla mia ordinazione diaconale e devo dire che vedendo le foto riaffiorano intense le stesse emozioni vissute in quei momenti…”

Quando ero bambino mi piaceva tanto la sigla di un cartone animato che diceva: «I sogni son desideri… Tu sogna e spera fermamente, dimentica il presente e il sogno realtà diverrà».
Un sogno. Un desiderio di un bambino che, per gioco, è diventato chierichetto e che, crescendo, ha sentito la chiamata del Signore. Così mi sono innamorato di quel Gesù che Don Francesco Usai predicava con forza e determinazione e leggevo nei suoi occhi quanto fosse felice del suo mestiere, come egli stesso lo definiva in alcuni momenti.
Questa stessa gioia la scorgevo in quel giovane diacono (don Piergiorgio Pisu) e nei giovani seminaristi (don Battista Mura, don Michele Congiu, ma anche altri ragazzi) che arrivavano il sabato e la domenica da Lanusei. A Villaputzu i chierichetti indossavano la sottanina con la cotta e il fiocco rosso, mentre i seminaristi avevano il fiocco bianco: quanto ho desiderato quel fiocco bianco!
Ora sembra tutto una bella favola da raccontare. Sono passati alcuni giorni dalla mia ordinazione diaconale e devo dire che vedendo le foto riaffiorano intense le stesse emozioni vissute in quei momenti.
Ho visto tanti miei compagni che preparavano la propria ordinazione diaconale, ma vivere e preparare la tua ha davvero un sapore tutto diverso.
Chi era presente si sarà accorto che per tutto il rito di ordinazione non ho fatto altro che piangere di gioia: dovevo trattenere le lacrime per poter dare le risposte in modo che tutti potessero sentire bene. Mi sono sentito ancora una volta accolto da Dio, nelle mani del vescovo che mi chiedeva la promessa di filiale rispetto e obbedienza. Nel momento dell’imposizione delle mani e durante la preghiera di ordinazione ho sentito un forte peso e risuonavano ancora in me le parole forti dell’omelia: «Posso dire che sei veramente degno di diventare diacono».
La vestizione e la consegna dell’evangeliario sono stati momenti ricchi di gioia perché sentivo dentro di me qualcuno che continuava a ripetermi: “Sei sulla strada giusta!”.
Tutto questo mi fa capire ancora una volta che le mie energie vanno spese nel servizio ministeriale, ora da diacono e poi da presbitero, incardinato nella diocesi che mi ha accolto, che mi ha guidato nel mio cammino di formazione e che tanto si aspetta dalla mia vita. Una vita che dovrà essere coerente con il mio ministero di servo, trasmettendo la ricchezza della mia fede.
Voglio ringraziare Dio per le persone che ho incontrato in tutti questi anni di formazione, per le relazioni con tante persone e tante realtà diocesane che non sono mancate. Tra le esperienze più belle e significative sicuramente un posto particolare hanno i campi scuola estivi di Azione Cattolica a Bau Mela, luogo dove ho stretto amicizie sincere e luminose che vanno oltre i giorni del campo.
E ancora ringrazio Dio per il dono della vocazione, per la mia famiglia che mi sostiene, per il vescovo Antonello, per il vescovo emerito Antioco, per i presbiteri, i diaconi, i religiosi e le religiose, per i seminaristi, per l’accompagnamento, la vicinanza, il sostegno e la preghiera che sempre mi assicurano. Non voglio e non posso dimenticare di ringraziare le comunità parrocchiali di San Giorgio Martire e Santa Maria in Villaputzu, che nel mio cuore e nelle mie preghiere avranno sempre un ricordo privilegiato.

Accoglienza

Una Chiesa che accoglie

di Pietro Sabatini.
L’edizione 2019 della rassegna estiva targata Diocesi di Lanusei è stata caratterizzata da un momento introduttivo di cordialità e condivisione chiamato “Prima l’accoglienza”, organizzato e curato ogni sera da una comunità della diocesi.

Ogni anno, a dicembre, quando ha inizio la programmazione della Pastorale del Turismo, si presenta la necessità di coinvolgere le comunità parrocchiali sparse in un territorio diocesano molto vasto e con tanti centri lontani dall’Anfiteatro Caritas di Tortolì, dove la Pastorale del Turismo svolge gran parte delle sue attività. La Diocesi non è una associazione culturale e, ancora meno, un’agenzia di intrattenimento. La rassegna nasce da una sensibilità pastorale che vuole mettere al centro il tema dell’accoglienza e dell’incontro tra le persone, anche perché il turismo è diventato per la nostra terra una realtà molto importante, autentica via di speranza per il futuro. Questo evangelico intento di accoglienza e di fraternità deve fare i conti con il rischio di divenire un fatto puramente verticistico, un’attività realizzata, sì, da un competente gruppo organizzatore, ma che non coinvolge la comunità cristiana. Perché questa attività sia autenticamente pastorale deve invece coinvolgere tutti i battezzati della nostra diocesi.
Ecco perché, in questi cinque anni, abbiamo cercato di arricchire il programma con iniziative che favorissero il coinvolgimento delle comunità parrocchiali. Nei primi anni lo strumento è stata la gastronomia. Alcune serate della settimana erano precedute da un momento in cui una comunità offriva un piatto rappresentativo della propria tradizione. Non si trattava di una delle tante sagre organizzate nei nostri paesi: si chiedeva, infatti, di proporre semplicemente degli assaggi gratuiti, accompagnati da una spiegazione culturale legata a quella pietanza. L’idea non era sbagliata. Il cibo è un elemento importante dell’accoglienza, crea comunione e risponde in modo diretto alla curiosità della gente. La formula è stata riproposta per tre anni, ma aveva un difetto: solo una piccola parte delle persone che partecipavano alle serate viveva questo momento, la maggior parte arrivava all’inizio degli incontri o degli spettacoli e non percepiva il valore della proposta.
Quando abbiamo iniziato la progettazione di quest’anno, ci siamo domandati se non fosse il caso di trovare una nuova formula per coinvolgere paesi e parrocchie. È nata così l’idea di chiedere ad alcuni paesi della diocesi di organizzare, nel lasso di tempo immediatamente precedente la serata, il momento dell’accoglienza: alcuni giovani in costume tradizionale che, all’ingresso dell’Anfiteatro Caritas, accogliessero gli ospiti con un sorriso, un dolcetto e magari la distribuzione di opuscoli illustrativi sul loro paese. Al termine della serata, spazio anche a ringraziamenti e saluti da parte del sindaco del paese accogliente. L’idea è sembrata interessante e, con non poca fatica, è arrivato anche il nome dell’iniziativa: «Prima l’accoglienza».
I paesi coinvolti sono stati Talana, Baunei, Jerzu, Villaputzu ed Escalaplano. Gli stessi primi cittadini delle comunità interessate hanno accolto in modo ottimale la proposta, ritenendola di importanza significativa. Il risultato è stato buono, come credo possano testimoniare le migliaia di persone che hanno partecipato alle diverse serate e che hanno gradito la cortesia; un semplice gesto di accoglienza che ha contribuito ancora di più a creare il clima che distingue un pubblico anonimo di un qualunque teatro, da una comunità che si ritrova fraternamente. Con l’accoglienza è sembrato ancora più evidente l’idea di Chiesa che, anche durante l’estate, continua a riflettere e proporre domande importanti per la vita, anche con strumenti e metodi diversi, forse inusuali, per la sua attività pastorale.
Più difficile è valutare le reazioni e gli effetti che questa iniziativa ha generato nei paesi che hanno aderito a “Prima l’accoglienza”. Credo di non sbagliarmi nell’affermare che, specialmente per le comunità più lontane, la conseguenza più importante è stata la scoperta. Ogni anno, in tutte le parrocchie vengono affissi i manifesti e diffusi gli opuscoli con il programma della rassegna estiva diocesana. Ma la gente passa distratta, dà un’occhiata e pensa: «Non mi interessa!». Avere portato delle persone, da paesi più o meno lontani, a fare l’esperienza della Pastorale del Turismo ha prodotto una pubblicità molto più incisiva del passa parola. Sono tante le persone che a Escalaplano, comunità in cui vivo, hanno detto: «Se avessi saputo che era così, ci sarei andato». Ecco perché ritengo che, il prossimo anno, nei paesi coinvolti per l’accoglienza, sarà molto più semplice parlare di Pastorale del Turismo e che tante saranno le persone che vorranno assistere agli appuntamenti fissati.
A molti potrà sembrare un piccolo gesto secondario, eppure questo semplice servizio delle comunità parrocchiali, ci ricorda che la Pastorale del Turismo non la fa il vescovo o la commissione organizzativa; non la fanno neppure i tanti personaggi famosi che si alternano sul palco. La Pastorale del Turismo la fanno tutti quelli che partecipano, tutti quelli che si lasciano coinvolgere, tutti quelli che si sentono Chiesa.

[Ph by Aurelio Candido]