In breve:

I femminili di professione

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di Fabiana Carta.

Lo dico subito, a scanso di equivoci. Non si parlerà di questioni femministe, di battaglie a favore delle donne, di neologismi, di abbrutimenti linguistici. Tantomeno si parlerà di linguaggio inclusivo, dell’utilizzo dell’asterisco o del simbolo schwa che servirebbero a opacizzare il genere grammaticale e a rispettare tutti coloro che non si rispecchiano nel maschile e nel femminile (questione che abbiamo già trattato in precedenza). L’asterisco e lo schwa non fanno ancora parte del nostro sistema linguistico ed è molto difficile che possano diventare, un giorno, qualcosa di concreto.
Qui parliamo di semplice grammatica: i femminili di professione, come sindaca, ministra, ingegnera, architetta, avvocata, medica, arbitra, notaia. Qualcuno di voi ha storto il naso, ne sono sicura. Dovremmo usarli con naturalezza, perché fanno parte della nostra lingua; non sono una gentilezza, una concessione, e – ripeto – non c’entra niente l’inclusività. Allora perché siamo così in imbarazzo quando li sentiamo? Perché queste parole ci sembrano sbagliate o cacofoniche?

Se ci può essere di conforto, la desinenza femminile per la definizione delle professioni manda in crisi l’umanità da secoli, la resistenza al loro uso affonda le radici nel passato. Queste parole ci suonano male perché non ci sono state insegnate, il nostro orecchio non è abituato a sentirle usare e le percepisce come anomale, inoltre è vero che per secoli tante attività professionali sono state precluse alle donne.
I femminili di cui parliamo hanno una lunga storia, non sono stati creati a tavolino dalla femminista di turno. Ad esempio, avvocata era molto diffuso in passato, troviamo questa forma a partire dal 1221 nella preghiera “Salve, Regina” («Orsù dunque, avvocata nostra»). Il ruolo è una cosa, la persona che lo veste è un’altra: una delle giustificazioni che si usano per opporre resistenza e non utilizzare i femminili di professione è questa. Un pensiero che abbiamo fatto in molti, ne sono certa, però allora riflettiamo sul perché non applichiamo lo stesso ragionamento per infermiera o professoressa, per fare due esempi. È solo una questione culturale e sociale.

Proviamo a schematizzare come si formano tecnicamente i femminili nelle professioni: con i nomi che terminano in -ente e in -ista è necessario cambiare solo l’articolo (il presidente > la presidente, il giornalista > la giornalista); per i nomi che terminano in -tore, nella maggior parte dei casi, il femminili ha il suffisso in -trice (attore > attrice), la regola varia quando -tore viene preceduto da una consonante diversa da t (impostore > impostora, non impostrice); i nomi maschili che terminano in -sore forma il femminile in -itrice, da inserire accanto alla radice dell’infinito del verbo da cui derivano (possed-ere > posseditrice).
Sapete che i lessicografi, oggi, sconsigliano di usare le forme con il suffisso in -essa? Come dottoressa (al suo posto si consiglia dottora, il corrispondente naturale di dottore), oppure avvocatessa, filosofessa, presidentessa (al loro posto avvocata, filosofa, la presidente). Il suffisso -essa ha una connotazione ironica che deriva dalla commedia greca – il linguista Sabatini lo ha definito “sessista” – si usava per sottolineare che quella donna svolgeva una mansione da uomo o che svolgeva lo stesso lavoro del marito declinato al femminile.

A questo punto, non usare i femminili di professione diventa davvero innaturale. Mettiamo da parte l’imbarazzo e le incertezze, fidiamoci della semplice grammatica.

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