In breve:

Arzana e la festa di San Vincenzo Ferrer

Arzana

Arzana nella sua storia ha conosciuto il culto di diversi Santi, molti dei quali oramai probabilmente dimenticati dalla maggior parte dei suoi abitanti: Sant’Antonio da Padova, Santa Lucia, San Sebastiano, San Cristoforo, San Pietro da Uèli, san Giovanni di Uèli, la Madonna del Carmine, la Madonna della Neve, la Vergine del Rosario, San Michele Arcangelo, San Martino, San Giovanni Battista e San Vincenzo Ferrer.

Nonostante quest’ultimo non sia il patrono del paese è a San Vincenzo che Arzana sembra particolarmente devota da un tempo immemorabile. I documenti storici danno testimonianza dei festeggiamenti in suo onore già nel 1601, anche se non sappiamo se allora avesse la stessa priorità che gli viene data attualmente. Tra i compaesani, anche più anziani – nonostante ci sia chi parli di miracoli avvenuti tramite l’invocazione di San Vincenzo, o dell’allestimento di una fiera in quel periodo –, è idea più comune che i suoi festeggiamenti vengano sentiti maggiormente perché organizzati tradizionalmente nell’ultima settimana del mese di agosto, quando vi sarebbe maggiore partecipazione da parte dei residenti o di coloro che ad Arzana sono nati e hanno passato parte delle loro vite, quindi gli immigrati, i lavoratori in ferie, e oggi anche gli studenti universitari che tornano ad Arzana per la pausa estiva.

I festeggiamenti in suo onore prevedono un triduo di preghiera a partire dal sabato con la Messa che viene celebrata nella chiesa di San Giovanni Battista con, a seguire, la processione durante la quale viene condotto il simulacro del Santo per le vie del paese fino alla chiesa a lui dedicata, una chiesa campestre con una sola navata circondata dal verde.

Il Santo viene trasportato da un carro trainato dai buoi allestito con tappeti, fiocchi e fiori. Il percorso, che richiede circa un’ora di camminata, ha come partecipanti non solo i fedeli, ma, come da tradizione, i cavalieri, i suonatori di launeddas, i gruppi folk di Arzana e di altri paesi che il comitato in questione è solito invitare, infine i fucilieri, questi ultimi assenti per tanto tempo in questa circostanza. Il lunedì successivo la statua del Santo viene riportata, sempre in processione e con i medesimi partecipanti, alla chiesa patronale di San Giovanni Battista dove è custodita per tutto l’anno.

Per ciò che riguarda invece l’aspetto laico dei festeggiamenti, è previsto da anni ormai che se ne occupi la leva dei trentenni. L’inizio della festa è segnalato dal suono dei petardi, is coetus, una sorta di segnale di avviso per richiamare tutta la comunità alla partecipazione.

Sono previsti solitamente tre, quattro giorni di festa concentrati al fine settimana in cui non mancano i poetas e cantadores della nostra cultura, ma anche interpreti del panorama musicale odierno, comici nostrani e i balli sardi con cui si conclude ogni serata di festa, ma che probabilmente è la parte più coinvolgente per gli arzanesi vista la partecipazione numerosa di grandi e piccoli.

In tempi non troppo remoti venivano organizzati, dopo pranzo, dei giochi per ragazzi, come il tiro alla fune, la corsa con i sacchi, la corsa degli asini e persino la gara a chi mangiava più pastasciutta! Nell’ultimo giorno di festa, esattamente la mattina all’alba, inizia quello che viene chiamato “su giru de sa Corona”, dove il comitato passerà di porta in porta per chiedere un’ultima offerta ai paesani, ma solo dove troveranno la porta già aperta si potrà richiedere un contributo, altrimenti si passa oltre.

Nonostante la storia secolare e l’affetto che ha sempre legato Arzana alla venerazione di San Vincenzo, con l’andare dei tempi tale devozione pare stia venendo meno. Le nuove generazioni si stanno adattando a interessi diversi da quelli che riguardano le feste di culto dei propri paesi. E se fino a pochi anni fa almeno la parte laica dei festeggiamenti suscitava l’interesse della maggior parte dei compaesani, oggi anche questo aspetto sta venendo a mancare. La priorità religiosa dei festeggiamenti è ormai messa in discussione da molti, fatta eccezione per coloro che partecipano conoscendo e capendo il senso profondo di tale occasione. (FOTO MIRCO PUSCEDDU)

Tra storia e tradizione

Le poche notizie scritte del suo culto di San Vincenzo risalgono al 1601, ma possiamo desumere molte informazioni da testimonianze orali tramandate di padre in figlio.
Sappiamo che da sempre l’aspetto religioso si univa a quello civile con l’allestimento di un mercato che permetteva di acquistare o scambiare oggetti di uso comune. Pare che l’obriere, ossia colui che organizzava i festeggiamenti, venisse sempre scelto dalla Chiesa, e, nei casi di feste importanti, se ne nominavano due, spesso fratelli. Sembrerebbe inoltre che dal 1860 la Chiesa autorizzasse i comuni a effettuare la scelta che finiva per ricadere sempre su persone di spicco del paese, probabilmente per la responsabilità nel gestire le offerte donate in onore del Santo.
Era tradizione da tempo immemore offrire il pranzo, a base di culurgiones e carne, a coloro che venivano da altri paesi in visita per la circostanza, o perché parenti o perché offrivano il proprio contributo durante la processione o la festa civile.

Alcune curiosità

Era usanza, non in tempi recenti, partecipare alla processione con l’abito del proprio matrimonio, un modo di approcciarsi al culto del Santo come a volersi mostrare con rispetto e serietà.
L’ultimo giorno di festa, in cui alla mattina si svolge il giro della corona, l’accesso alle case degli abitanti per richiedere l’offerta da parte degli obreri è vincolato dal ripetere la frase “Deus in c’intrit Santi Fisente” ossia “che in questa casa possa entrare San Vincenzo”, come augurio di buon auspicio.

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